Modifica e riordino delle norme di diritto internazionale privato in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Com’è noto, il 14 gennaio scorso la cd. ‘legge Cirinnà’ (l. 20 maggio 2016, n. 76) ha visto la realizzazione del proprio disegno riformatore grazie all’approvazione, in Consiglio dei Ministri, di tre decreti legislativi attuativi, così come previsto all’articolo 1, comma 28 della legge in questione. Tale disposizione, infatti, delegava il Governo ad approvare, entro sei mesi, uno o più decreti volti a regolare tre aspetti specifici relativi alle unioni civili, e cioè: l’adeguamento delle previsioni esistenti in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni, il riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, con particolare riferimento alle unioni concluse tra persone dello stesso sesso, e infine il coordinamento tra le disposizioni già esistenti in materia e la stessa legge sulle unioni civili.
Il decreto legislativo recante disposizioni di modifica e riordino delle norme di diritto internazionale privato in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso, in particolare, introduce all’interno della legge 218 del 1995, quattro nuovi articoli (da 32-bis a 32-quater) e riforma l’articolo 45, oltre a modificare due articoli del Capo II delle disposizioni finali della legge di riforma del diritto internazionale privato italiano.
Di particolare rilevanza appare il nuovo articolo 32-ter, il quale chiarisce definitivamente alcune annose questioni. Si sancisce innanzitutto (comma 1) che la capacità e le condizioni per costituire un’unione civile sono regolate dalla legge nazionale di ciascuna parte al momento della costituzione dell’unione stessa: viene quindi mantenuto, in linea con quanto tipicamente avviene nell’ambito del diritto di famiglia, il criterio di collegamento della cittadinanza di tradizione manciniana. Se la legge così individuata, tuttavia, non dovesse permettere la conclusione dell’unione civile, si dovrà fare riferimento alla legge italiana; di applicazione necessaria, inoltre, sono le disposizione dell’articolo 1, comma 4 della legge Cirinnà, che elenca le cause impeditive alla costituzione dell’unione civile (segnatamente: la sussistenza di un antecedente matrimonio o di un’ unione civile, l’interdizione di una delle parti, l’esistenza di rapporti di parentela tra le parti, la condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte).
Al comma 2 si chiarisce, invece, che “ai fini del nulla osta di cui all’articolo 116, primo comma, del codice civile, non rilevano gli impedimenti relativi al sesso delle parti”: ciò significa, in altri termini, che per poter contrarre l’unione civile sarà sufficiente che la persona straniera produca un certificato di stato libero e non, come normalmente richiesto, un nulla osta del suo Paese, se quest’ultimo non dovesse riconoscere le unioni civili o, quantomeno, non riconoscerle per le coppie omosessuali. Laddove, inoltre, lo Stato di provenienza non intendesse rilasciare nemmeno il certificato di stato libero, il comma 2 specifica che si potrà acquisire la libertà di stato per effetto di un giudicato italiano o comunque riconosciuto in Italia. A fronte della presenza di molti Stati in cui non solo mancano leggi per il matrimonio o per le unioni civili omosessuali, ma l’omosessualità è discriminata se non addirittura qualificata come reato, è evidente la portata innovativa e la finalità di garanzia dei diritti della persona insite in questa nuova previsione legislativa.
I commi 3, 4 e 5, infine, concernono, rispettivamente, la validità dell’unione civile (valida se considerata tale dalla legge del luogo di costituzione o dalla legge nazionale di almeno una delle parti o dalla legge dello Stato di comune residenza al momento della costituzione”), la legge applicabile ai rapporti personali e patrimoniali tra le parti e la legge applicabile alle obbligazioni alimentari tra le parti.

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