La lotta al cyberbullismo

shutterstock_268226264Di fronte ad un’emergenza che coinvolge ormai troppe famiglie e, di conseguenza, la società tutta, la macchina legislativa si è lentamente messa in moto, per tentare di neutralizzare la piaga del cyberbullismo e del bullismo in generale. Il disegno di legge approvato a palazzo madama nel 2015, successivamente modificato alla camera lo scorso settembre, approda ora al senato per la terza lettura, tra plausi e critiche.

Comportamenti incriminati

Il provvedimento in via di approvazione, chiarisce prima di tutto quali siano le fattispecie concrete che rientrano nella nozione di bullismo e cyberbullismo. Il bullismo si sostanzia in aggressioni o molestie reiterate, compiute da un singolo o da un gruppo, in grado di ingenerare nella vittima ansia, timore, isolamento o emarginazione. La norma specifica nel dettaglio le ipotesi incriminate:”atti o comportamenti vessatori, pressioni o violenze fisiche o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni per ragioni di lingua, etnia, religione, orientamento sessuale, aspetto fisico, disabilità o altre condizioni personali e sociali della vittima”. Questi stessi atti e comportamenti, realizzati attraverso mezzi telematici o informatici, danno vita al cyberbullismo.

Situazione attuale

In attesa dell’adozione definitiva del provvedimento, si spera entro tempi ragionevoli, la lotta contro questo pericoloso fenomeno grava sulle singole famiglie, che si affidano alla giustizia nella speranza di riuscire ad assicurare una qualche forma di tutela ai propri figli. Attualmente il “bullismo on line” ha subito un incremento preoccupante, ma procedere sul piano penale può risultare difficile: non esiste il reato di cyberbullismo, ma è necessario individuare (e naturalmente provare) una condotta lesiva rientrante in una delle classiche fattispecie, come ad es. la violenza privata (art. 610 c.p.), le percosse (art. 581 c.p.), la lesione personale (art. 582 c.p.) o ancora la diffamazione aggravata (art. 595 co. 3 c.p.) o addirittura gli atti persecutori (c.d. stalking art. 612-bis c.p.) ecc. Purtroppo in certi casi – nonostante la prostrazione in cui versa la vittima – il giudice penale rischia di trovarsi con le mani legate, di fronte a condotte che non integrano ipotesi di reato. Difficoltà ulteriori possono sorgere per identificare i cyberbulli: spesso i colpevoli cambiano continuamente indirizzo ip o sfruttano la rete tor e la segretezza che questa garantisce e l’ostacolo diventa insormontabile. Essenziale sarebbe la collaborazione degli internet service provider, che può venire a mancare. Da non trascurare l’aspetto economico: se si intraprende la strada penale, il risarcimento del danno si farà attendere! Infatti, in base all’art. 10 comma 1 del codice del processo penale minorile: “nel procedimento penale davanti al tribunale per i minorenni non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato”, ergo sarà necessario un distinto giudizio civile perché la vittima possa ottenere il giusto risarcimento, che sarà a carico dei genitori del colpevole, sempre che siano solvibili. A fronte di tali e tante difficoltà, in molti casi le vittime rinunciano alla denuncia penale e puntano sul processo civile, nel tentativo di ottenere dall’organo giudicante un riconoscimento della responsabilità dei genitori del bullo e della scuola stessa. La giurisprudenza civile infatti, negli ultimi tempi, ha dimostrato una sempre maggiore presa di coscienza: ci sono state diverse pronunce che hanno individuato colpe precise, in capo ad entrambi. Si veda ad esempio la sentenza del tribunale di Alessandria n. 439 del 16.05.2016, che ha considerato sussistente la culpa in educando – ex art. 2048 c.c. – a carico dei genitori di due minorenni, responsabili di aver vessato un compagno di scuola durante una gita, riprendendo gli atti di bullismo e diffondendoli poi in rete; secondo il giudice proprio la gravità del fatto contestato testimoniava, in assenza di prova contraria, l’inadeguatezza dell’educazione impartita dai genitori e quindi il mancato adempimento dei doveri incombenti sugli stessi ai sensi dell’art. 147 c.c. Il giudice riconosceva altresì la responsabilità dei genitori del minore che, pur non avendo materialmente divulgato il filmato ai compagni di scuola, tuttavia non si era dissociato dalle molestie e non aveva tentato di impedire la diffusione delle riprese. Invece, altra sentenza (trib. Pisa n. 391 del 15.03.2016) ha escluso la responsabilità dei genitori – per culpa in educando – poichè il figlio minorenne, pur avendo preso parte ad un episodio di bullismo, era apparso quasi un succube della prepotenza del “capobranco”: il suo minimale apporto al fatto, era scaturito dal desiderio di “sentirsi e mettersi all’altezza di chi fa più paura” e di conseguenza non era ravvisabile la mancata osservanza dei doveri genitoriali. Sul fronte scuola, i giudici si sono pronunciati in più occasioni, concentrandosi su eventuali responsabilità contrattuali o extracontrattuali dei singoli istituti. Per evitare dichiarazioni di colpa e conseguenti obblighi risarcitori, dirigenti e insegnati devono provare di “aver posto in essere tutta la diligenza dovuta secondo le circostanze” (trib. Milano sent. n. 5654 del 05.05.2016): locuzione di ampio respiro, da riscontrare caso per caso. In quello appena menzionato, ad es., il giudice ha ritenuto adeguata e non censurabile la condotta della scuola, avendo essa realizzato le tutele necessarie: gli studenti erano costantemente sorvegliati da uno o più insegnanti durante la ricreazione, il pranzo, gli spostamenti da un’aula all’altra, nel tragitto sull’autobus ed esisteva un apposito disciplinare creato dalla scuola per far fronte ad eventuali violazioni delle regole comportamentali.

In sintesi

Un primo dato salta agli occhi: il ddl che il senato è chiamato a ratificare, non si rivolge solo ai minorenni (come previsto dall’originaria proposta di legge) ma anche ai maggiorenni, il che suscita qualche perplessità in chi teme un “effetto valanga” sul garante della privacy, il cui ruolo è centrale nel provvedimento in esame. L’authority infatti, nell’intento della norma, rappresenta l’ultimo baluardo a difesa delle vittime del cyberbullismo: se i gestori del sito internet o del social media, non rispondono all’istanza della vittima, volta all’oscuramento/rimozione/blocco dei contenuti incriminati, il garante potrà essere chiamato in causa (mediante segnalazione o reclamo) e in tal caso, entro 48 ore, dovrà adottare gli opportuni provvedimenti inibitori ex artt. 143 e 144 del codice privacy. Questa però dovrebbe essere l’extrema ratio : il legislatore intende responsabilizzare i gestori di siti internet e social network, chiamati a dotarsi – se sprovvisti – in tempi brevissimi (entro 1 mese dall’entrata in vigore della legge) di specifiche procedure per il recepimento e la gestione delle istanze. E’ prevista la reclusione da 1 a 6 anni per le condotte integranti cyberbullismo, conglobate nel reato di stalking: verrebbe modificato infatti il testo dell’art. 612-bis c.p., esteso anche a ipotesi particolari di sostituzione di persona e trattamento illecito dei dati personali. Altra novità: ogni istituto scolastico dovrà scegliere, fra i docenti, un referente che avrà il compito di gestire iniziative di prevenzione e lotta al bullismo e al cyberbullismo, con l’ausilio della polizia postale. Inoltre, per contrastare il fenomeno, sono previsti appositi stanziamenti: altro tasto dolente, perché c’è già chi parla di inadeguatezza di fondi così esigui in rapporto al numero di scuole presenti nel nostro paese. All’intento di prevenzione si accompagna quello formativo e di sostegno: si mira a predisporre percorsi personalizzati, non solo per l’assistenza alle vittime, ma anche per la rieducazione dei responsabili “attraverso l’esercizio di attività riparatorie o di utilità sociale”. Sicuramente gli intenti del legislatore vanno nella direzione giusta, anche se non mancano accuse severe che mettono in dubbio la reale portata innovativa del ddl o addirittura ne sostengono l’inutilità. Resta un dato positivo: finalmente il parlamento ha aperto il dibattito su un tema tanto importante, che senza dubbio richiederà validi strumenti di attuazione per non rischiare di fornire a giudici, avvocati ed esperti un’arma spuntata.

Il testo del ddl è consultabile al link http://www.senato.it/service/pdf/pdfserver/df/324453.pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *